20/07/2010
È stato avviato il trattamento del primo paziente dello studio di Fase III (NGR015) del farmaco antitumorale sperimentale NGR-hTNF (sviluppato dall’azienda biotecnologica italiana MolMed) nel mesotelioma pleurico maligno, una malattia collegata alla ripetuta esposizione alle fibrille di amianto per la quale le cure antitumorali convenzionali risultano inefficaci. NGR-hTNF è un agente mirato ai vasi tumorali con modalità d’azione unica, capostipite nella classe dei complessi peptide/citochina in grado di mirare selettivamente ai vasi tumorali. È formato da un peptide (NGR) che lega selettivamente i vasi sanguigni che alimentano il tumore, unito alla citochina antitumorale TNF. A partire dai risultati positivi ottenuti in uno studio multicentro di Fase II, lo studio di Fase III è disegnato al fine di permettere la piena esplorazione del potenziale. terapeutico di NGR-hTNF nel trattamento della malattia. A tal fine sono stati arruolati 400 pazienti adulti, affetti da mesotelioma pleurico maligno e in progressione di malattia dopo il trattamento con un regime chemioterapico a base di pemetrexed. La sperimentazione prevede la somministrazione di NGRhTNF in aggiunta alla "miglior scelta dello sperimentatore" (MSS), versus placebo in aggiunta alla MSS: la MSS consiste nella terapia di supporto da sola, oppure combinata con un agente chemioterapico scelto tra doxorubicina, gemcitabina o vinorelbina. NGR-hTNF verrà somministrato via endovenosa, con un’infusione della durata di un’ora, al dosaggio di 0.8 ìg/m2 una volta alla settimana, fino a progressione della malattia; il placebo seguirà le stesse modalità di somministrazione nel braccio di controllo. Obiettivo principale dello studio è la sopravvivenza globale; gli obiettivi secondari includono la sopravvivenza senza progressione di malattia, il tasso di controllo della malattia, il profilo di sicurezza e la qualità della vita dei pazienti. (fonte: Biotech.com)
20/07/2010
Un’interessante opportunità per la formazione e la ricerca nei settori delle biotecnologie e della biomedicina presso i laboratori dell’Università di Pittsburgh, negli Stati Uniti, tramite cinque borse di studio post dottorato. A proporla è la Fondazione Ri.MED (Ricerca e Sviluppo nel Mediterraneo), nata nel 2006 da una partnership internazionale tra Governo italiano, Regione Sicilia, Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), Università di Pittsburgh e Upmc (University of Pittsburgh Medical Center). La Fondazione contribuirà allo sviluppo della ricerca biomedica e dell’industria delle biotecnologie in Sicilia mediante la creazione del Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica (Cbrb). Il Centro, costituito da un complesso di laboratori all’avanguardia che verrà a breve costruito nelle vicinanze di Palermo, promuoverà lo sviluppo di nuovi farmaci, vaccini, prodotti biotecnologici e tecnologie attraverso la ricerca biomedica. E proprio nell’ambito del programma scientifico che prelude alla creazione del Cbrb, la Fondazione Ri.MED indice una procedura selettiva, per titoli e colloqui, per l’attribuzione di delle cinque borse di studio di durata annuale (eventualmente rinnovabili). "Fra i nostri maggiori obiettivi c’è quello di formare personale scientifico, tecnico ed amministrativo con competenze specifiche nel settore delle biotecnologie - ha dichiarato Bruno Gridelli, vice presidente della Fondazione Ri.MED - Il Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica, che verrà costruito a Carini (Palermo) nei prossimi anni, diventerà un polo di riferimento per la ricerca nelle biotecnologie, un settore in continua espansione. Presso il nuovo centro, a pieno regime potranno lavorare oltre 600 persone e altrettante potrebbero trovare un'occupazione nell'indotto che la struttura aiuterà a sviluppare. Il personale sarà altamente qualificato: ricercatori in varie discipline, biologi, medici, ingegneri, tecnici specializzati. Il centro, inoltre, avrà effetti positivi sull'intera economia siciliana. Il settore delle biotecnologie è in estrema crescita e il centro di ricerca renderà la Sicilia competitiva a livello mondiale". Possono partecipare all’assegnazione delle borse di studio i candidati cha abbiano conseguito la laurea in medicina e chirurgia, oppure il dottorato di ricerca/PhD in materie scientifiche correlate alla ricerca biomedica, entro il 31 dicembre 2010. La domanda di partecipazione va inviata tramite il sito www.fondazionerimed.com entro venerdì 30 luglio 2010.
20/07/2010
I risultati degli studi più recenti indicano che il numero di persone in cui è necessario ridurre la colesterolemia è in continua crescita. In questo contesto complesso e in rapida evoluzione, nuove opportunità emergono dall’utilizzo di fitosteroli. Si tratta di composti bioattivi presenti in molti prodotti vegetali, come oli, legumi (soia in particolare) e frutta secca. La loro capacità di contribuire alla riduzione della colesterolemia Ldl (il cosiddetto "colesterolo cattivo") in persone moderatamente ipercolesterolemiche è ampiamente documentata; è inoltre necessario sottolineare che la loro efficacia sembra essere correlata alla tipologia di dieta abitualmente seguita. Recentemente sono stati analizzati gli effetti indotti da una integrazione giornaliera di fitosteroli della soia associata a una dieta a basso apporto glucidico in 50 soggetti affetti da ipercolesterolemia e sindrome metabolica, di ambo i sessi; i soggetti sono stati suddivisi in due gruppi, ognuno ricevente un diverso trattamento, per 12 settimane consecutive:
Gruppo 1 (G1): modificazione della dieta abituale (Dieta Mediterranea Modificata), con riduzione del consumo di vino (1 bicchiere/die) e di alimenti a base di cereali, come pasta, riso, pizza, pane (1 porzione/die); Gruppo 2 (G2): modificazione della dieta abituale come nel primo gruppo e assunzione di fitosteroli derivati dalla soia, somministrati come bevanda due volte al giorno. L’integrazione prevedeva l’assunzione di 34 mg di isoflavoni della soia al giorno.
All’inizio della valutazione tutti i soggetti presentavano valori simili di Bmi (indice di massa corporeo), colesterolemia totale e trigliceridemia, e anche l’apporto dietetico in calorie, glucidi e lipidi, valutato attraverso il diario alimentare, non era significativamente diverso. Dopo 12 settimane entrambi i gruppi hanno registrato un calo ponderale (-5.7 kg per G 1 e -5.9 kg per G2) e una riduzione significativa della circonferenza vita rispetto ai valori iniziali. L’analisi dei parametri ematici ha evidenziato una riduzione del colesterolo totale, delle Ldl, del rapporto colesterolo/Hdl, in entrambi i gruppi; soltanto nel gruppo supplementato però tale diminuzione era significativa. Inoltre, nel gruppo ricevente fitosteroli si è riscontrata una diminuzione della concentrazione di trigliceridi nel sangue e un calo del rapporto trigliceridi/Hdl, mentre l’altro gruppo non presentava modificazioni. Questo studio conferma il ruolo positivo dell’integrazione con fitosteroli - in associazione ad una dieta equilibrata e a basso apporto glucidico - nel miglioramento del quadro complessivo di persone con ipercolesterolemia e sindrome metabolica, in tempi relativamente brevi. (fonte: Integratoriebenessere.it)
20/07/2010
Forse presto le alghe potrebbero arrivare in tavola, come soluzione anti-grasso con tanto di bollino scientifico di efficacia. Se lo augurano Iain Brownlee e Jeff Pearson, due ricercatori inglesi che hanno presentato all’ultimo congresso dell’American Chemical Society le loro scoperte sulle proprietà di determinate alghe. Per ora i dati arrivano da un esperimento curioso: i due inglesi infatti hanno utilizzato un intestino artificiale che mima le caratteristiche di quello umano, "dandogli in pasto" grassi assieme a 60 tipi diversi di fibre naturali, per poi misurare ogni volta quanti grassi erano assorbiti. Pare che l’alginato, una fibra di cui sono ricche alghe marine brune molto comuni, sia efficacissimo nel ridurre l’assorbimento dei grassi: ben il 75 per cento in meno. Ovviamente adesso c’è da verificare che tutto ciò sia vero anche nell’uomo, così Brownlee e Pearson stanno reclutando volontari. Tra l’altro, escludendo che la gente vada pazza per insalate di alghe brune, il loro scopo è anche quello di aggiungere l’alginato ad altri cibi, come pane, yogurt o biscotti. Per ora ci hanno provato col pane e chi l’ha assaggiato ha dato responsi incoraggianti: pare che il pane "alle alghe" abbia un sapore più ricco del normale pane bianco (almeno, di quello inglese). "Se riuscissimo a creare alimenti buoni e arricchiti di alginato, potremmo avere cibi che fanno ?scivolare via’ dal nostro organismo i tre quarti dei grassi del pasto", hanno spiegato i due inglesi. Fibre - Gli esperimenti fanno parte di un progetto triennale anglosassone che cerca di venire incontro alle richieste dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa), che ha chiaramente stabilito la necessità di dare sostanza con prove scientifiche ai messaggi pubblicitari, che troviamo sulle etichette dei cibi e di volta in volta promettono di far dimagrire, abbassare il colesterolo e così via. L’alginato sembra iniziare a raccogliere i primi dati positivi e, tra l’altro, già viene aggiunto in piccole quantità a moltissimi cibi, come stabilizzante e addensante. "L’alginato potrebbe aiutare a tenere sotto controllo il peso, ma anche contribuire ad aumentare l’introito di fibre - dice Iain Brownlee -Queste non sono tutte uguali, anche l’idea che siano semplici ?spazzini’ dell’intestino che passano senza lasciar traccia è del tutto erronea: le fibre possono influenzare molti processi organici, tra cui l’assorbimento dei grassi come nel caso dell’alginato. Per questo potrebbero rivelarsi assai utili nella lotta all’obesità". (fonte: Corriere.it)
20/07/2010
Nella chimica europea le Pmi (Piccole medie Imprese) rappresentano un terzo circa dell’occupazione e una quota molto più alta nella chimica fine e specialistica. Questa ha conseguenze in tema di regolamentazione: a parità di obiettivi, gli extra-oneri di costo e tempo penalizzano di più le Pmi in quanto operano come costo fisso. È quanto viene spiegato nel rapporto "L’industria chimica in cifre 2010" di Federchimica, che spiega anche che in Italia il ruolo delle Pmi chimiche è ancora più rilevante, rivestono infatti il 61% dell’occupazione (anche se il dato include filiali di gruppi esteri). Si tratta di imprese di qualità, come mostrano tutti i parametri caratteristici decisamente più alti rispetto alle Pmi industriali. Nell’ambito del "Quarto capitalismo", con cui si individuano le imprese di medie dimensioni considerate come elemento di vitalità dell’industria italiana, la chimica ricopre il 12% del fatturato e mostra una crescita più vivace di tutti gli indici di sviluppo. Tra le principali imprese chimiche a capitale italiano figurano grandi realtà della chimica di base, ma anche tanti medi gruppi in espansione, spesso leader nel loro segmento di specializzazione e sempre più con una presenza internazionale: il 32% della produzione avviene, infatti, all’estero. L’entrata in classifica di nuovi attori testimonia un processo di crescita dimensionale. (fonte: Federchimica)